martedì 25 ottobre 2016

La necessità della metànoia introvabile secondo E. Severino

La necessità della metànoia introvabile secondo E. Severino


“Morte, tecnica e gioia”, intervista a Emanuele Severino del 2012



Pubblico qui un’interessante intervista fatta al prof. Severino, filosofo contemporaneo, che non seguendo la linea attuale che vuole la filosofia “ancilla tecnocratiae” ne critica la deriva degli ultimi duecento anni e la perdita di connessione al patrimonio della “grande tradizione Occidentale”.
Ovviamente Severino è alieno da ogni esoterismo e in quella che per lui è la “grande tradizione Occidentale” ci sono pensatori che un Guénon non avrebbe esitato a estirpare come la malerba, tant’è che lui individua la rottura con questa tradizione a soli due secoli fa, sostanzialmente con Hegel, laddove chi ha un po’ di confidenza con la spiritualità sa bene che, pur con eccezioni, è difficile trovare dell’acqua che sappia spegnere la sete di cose celesti dopo il XIV secolo.

In particolare Severino non si limita ad osservare che la filosofia in quel momento ruppe col passato irreversibilmente, ma che da allora abbia anzi assunto la funzione di legittimatrice della devastazione spirituale e culturale in nome della tecnica, da lui definita una vera e propria « follia »: “Non solo si mette in questione il fondamento dell’Occidente, ma il responsabile primario della follia dell’Occidente è il pensiero filosofico, questo bisogna tenerlo presente.” (1.08.40 del video).
Nella categoria “pensiero filosofico” si può scorgere, ampliandone la visione, tutte quelle influenze che hanno anestetizzato la coscienza umana, e che quindi non si riducono soltanto alla filosofia.
Dal dopo-Hegel i filosofi diventano un organo del “sistema” tutti indaffarati a imbavagliare la coscienza umana per non permetterle di prendere consapevolezza dello stupro che si stava (e ancora si sta) attuando a suo danno: “I duecento anni di cui parlavamo prima del pensiero filosofico è la “smentita” di questo quadro grandioso in cui ci si tenta di difendere dalla morte.” (1.15.03 del video).
Sì perché, secondo Severino, compito della “grande tradizione Occidentale” è quello di offrire un quadro in cui si risolve e si superi il problema della morte, eterno cruccio dell’uomo. Che, tutto sommato, è ciò che si arriva a capirne per chi c si approcci solamente da un punto di vista “mentale” e concettuale.

Severino si è accorto dell’esigenza fondamentale del nostro tempo, e cioè rendersi conto di aver volontariamente reciso i legami col passato per legittimare una visione del mondo malata, ammetterne il gravissimo errore  e fare una grande “sterzata” di recupero prima che la follia dell’Occidente – e oramai di tutto il mondo, come anche da lui affermato – risulti letale.
Questa presa di coscienza è quanto sarebbe più auspicabile oggi. Purtroppo ne siamo ben lontani.

Severino col suo “neoparmenidismo” ha avviato un tentativo di riallacciamento a un filone che pur essendo più “tradizionale” rispetto a quegli altri filosofi che poi aprirono la strada al razionalismo imperante, doveva per forza mancare di efficacia sul piano generale perché manca dell’elemento realizzativo. Rimane comunque uno dei pochi filosofi con spunti interessanti, e uno dei pochi che abbia sottolineato la primaria necessità per l’Occidente di una metànoia, di un “pentimento” (parola che nella Filocalia traduce appunto il greco metànoia, che però ora evoca più sensi di colpa che altro) e di un ritorno all’essenziale, all’ “unica cosa che conta” come direbbe San Bernardo.

lunedì 19 settembre 2016

Da un interessante articolo su Gioacchino da Fiore

Da un interessante articolo su Gioacchino da Fiore,
dalla rivista “Medioevo, un passato da riscoprire”, Settembre 2016.







“Elucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato”
Dante, Paradiso, XII, 139-141.


Giacchino da Fiore nacque a Celico, un paesino della Presila, – collegato all’entroterra cosentino da un immenso ponte che mette in comunicazione metà provincia con l’altra metà, e che negli ultimi mesi ha dato segni potenti di cedimento, ma che rimane per il momento miracolosamente in piedi – fra il 1130 e il 1135 e morì nel 1202 vicino Pietrafitta.
Avviatosi alla carriera notarile, svoltò poi verso la vita contemplativa, partendo nel 1167 verso la Terra Santa allora nelle mani dei cristiani.
Analizzando il testo biblico, Gioacchino giunge a formulare una filosofia della storia che vede la corrispondenza di tre età con le tre persone della Trinità. La prima è quella del Padre, relativa al Vecchio Testamento, a cui è succeduta l’era del Figlio, dalle quale la Chiesa da Lui fondata è l’elemento centrale, la terza sarà invece quella dello Spirito, quando il mondo subirà una vera  e propria trasfigurazione. I tempi nuovi saranno annunciati dai segni presenti nell’Apocalisse, le gerarchie ecclesiastiche saranno dunque superate, e dopo gli sconvolgimenti del momento di passaggio, si aprirà un’epoca di pace e di gioia. Secondo Gioacchino sorgerà quindi una nuova Chiesa: l’Ecclesia Spiritualis, da lui stesso vagheggiata.

                             ("Cerchi trinitari", dal Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore)     

“Secondo la tradizione, proprio nella Città Santa Gioacchino ebbe l’intuizione di studiare e interpretare in parallelo l’Antico e il Nuovo Testamento, ponendo così le basi per la sua ardita esegesi delle Scritture in chiave escatologica. Secondo l’abate calabrese la storia dell’umanità è totalmente racchiusa nel mistero divino e Dio Padre si è manifestato all’uomo proprio attraverso le Scritture”.

“Nel corso di questo soggiorno [presso i Cistercensi] avrebbe avuto due rivelazioni: la prima nel giorno di Pasqua, l’altra nella ricorrenza della Pentecoste. Le rivelazioni riguardavano la chiara comprensione dell’Apocalisse di Giovanni e i profondi legami tra l’Antico e il Nuovo Testamento.”

“[...] nel 1187, Gerusalemme cadeva per mano dell’esercito musulmano guidato da Saladino e il contraccolpo per tutta la cristianità fu terribile. La perdita della Città Santa, che l’abate aveva visitato anni prima, rappresentò un punto di svolta per la sua elaborazione dottrinale. Gioacchino vide in questa sconfitta epocale l’accelerarsi della venuta dei tempi ultimi.”

“In quel difficile XII secolo, i due poteri universali [Papato e Impero] erano in aperto conflitto [...]. Per ritorsione contro lo Svevo, il papa si rifiutava di incoronare il di lui figlio Enrico, che stava per sposare Costanza d’Altavilla, secondo il progetto federiciano di dare vita ad una forte alleanza dell’impero romano-germanico con i Normanni di Sicilia: un piano visto come una minaccia dal pontefice.”[1]

“Gli eventi che in quello scorcio del XII secolo si andavano succedendo influenzarono in maniera significativa anche le scelte personali del monaco calabrese. Nonostante i richiami provenienti da Corazzo, Gioacchino decise di ritirarsi nell’eremo di Petra Lata (o Pietra Alata, come credevo si dicesse...) sulla Sila dove, secondo gli studi più attendibili, avrebbe portato a termine le sue opere maggiori, fra cui il De vita sancti Benedicti, nella quale coglie l’occasione per ribadire l’originalità della Regola benedettina, fondamento del monachesimo latino e, al tempo stesso, per denunciare l’inadeguatezza di quegli Ordini monastici del suo tempo che, magari in buona fede, da essa si erano allontanati, non riuscendo così a porre un argine rispetto alla profonda crisi che la cristianità occidentale stava attraversando.”

Interessante che, stando a questa concezione, devono essere gli “Ordini monastici” a “porre un argine” alla crisi dell’Occidente.

“Le regole dell’Ordine fondato da Gioacchino erano molto rigide, basate sullo stile di vita monastico, sul lavoro, ma, soprattutto, sulla virtù della contemplazione, che avrebbe favorito il fiorire di quell’epoca dello spirito caratteristica della dottrina del fondatore [grassetti miei]. Si trattò di una vera e propria riforma nel segno dell’essenza più antica del monachesimo latino di origine benedettina. In questo senso la congregazione si discostava decisamente dai Cistercensi, mentre l’ideale di povertà e di sobrietà, percepibile anche nell’architettura florense, avvicinerà il nuovo Ordine a quelli mendicanti, francescani e domenicani.”

“Guglielmo da Ockham, così come il movimento dei begardi e delle beghine, ma soprattutto gli spirituali francescani, hanno riconosciuto in Gioacchino da Fiore il loro punto di riferimento. L’avvento di una chiesa spirituale, contrapposta alla chiesa carnale, secondo la definizione degl spirituali francescani, come Angelo Clareno, Ubertino da Casale, Pietro di Giovanni Olivi e molti altri, rappresenta il punto di arrivo della storia umana, destinata a spalancare le porte a una nuova era fondata sulla pace e sulla concordia. Anche il movimento dei flagellanti deve la sua genesi al sistema dottrinale di Gioacchino. Avvicinandosi il tempo in cui la rivoluzione della cristianità vedrà finalmente l’alba di una nuova era, ispirata dallo Spirito Santo, diventa urgente fare penitenza, tramite l’autoflagellazione, per preparare l’avvento dello Spirito.”

Ecco, magari non ci si aspetta che i decision makers di oggi (ma saranno veramente loro?), come politici, manager di multinazionali, economisti e altri scendano per le strade a darsi catenate sulla schiena implorando pietà – per carità sarebbe una scena molto suggestiva!! –, ma innazitutto dobbiamo partire dall’assunto che la “rivoluzione” non sarà solamente “della cristianità”, ma sarà un fenomeno globale, per cui volerlo ridurre ad una o l’altra forma tradizionale significa vietarsi di comprendere, sarà qualcosa di molto più trasformativo e che implicherà quindi la fine delle attuali forme tradizionali.
Per cui non è necessario andare girando col cilicio, ma forse qualcosa di anche più difficile per gli esseri umani di oggi, e cioè cambiare coscienza, cambiare dentro, fare una svolta interiore: questo il significato originario di “penitenza”, di “conversione”, da cum-versio, cioè “fare una svolta ad U” e tornare verso il Centro. Molto più difficile questo che non il cilicio, figuriamoci, nessuna illusione a riguardo! Ma comprendere che la vita che si fa in questa società Occidentale divenuta ormai globale, così impostata, vita spoglia dello spirito, dell’ “unica cosa che conta” (come diceva San Bernardo...), e che si oblìa in migliaia di finte soluzioni, distrazioni inutili ed enormi rimozioni, non ha alcun senso e si è voluta costruirla, questa società umana priva di senso e di significato.
Da qui, da questa presa d’atto, da questa presa di coscienza, il ritorno al Centro, il ritorno alla Tradizione, che non è un ritorno alle tradizioni.
Ma torniamo a Gioacchino.

“[...] Il tempo dello Spirito, invece, sarà caratterizzato da un nuovo ordine monastico, capace di tornare alla primitiva purezza dell’annuncio evangelico. Al concetto agostiniano della caducità progressiva del mondo, che prepara la seconda venuta di Cristo, Gioacchino contrappone l’idea secondo cui al tempo della decadenza farà seguito un’epoca di pace e di concordia, quella dello Spirito [in realtà volendo vedere più in profondità le due concezioni non si contrappongono affatto, cambia solo il punto di vista a seconda che il “focus” sia questa era in cui ci troviamo e in cui Agostino si ritrova a scrivere (questo manvantara, più in particolare nel Kali-Yuga), oppure nel passaggio alla prossima che è il perno della visione di Gioacchino, nota mia]. L’originalità e il fascino delle sue teorie è racchiuso proprio in questa ermeneutica della storia della salvezza del genere umano, illuminato dalla Trinità che agisce contemporaneamente nelle diverse epoche, sebbene in forma diversificata secondo il loro susseguirsi.”

                                                           ("Il Drago dell'Apocalisse")

("L'albero dei due avventi")


[1] Questa tensione tra Papato e Impero sulla “questione meridionale” è molto importante, perché accrebbe il dissidio interno alla cristianità e alla separazione dei poteri. Questo seme arrivò poi alla germogliatura alcuni secoli più avanti, facendosi complice anche della nascita della modernità con la Riforma e Martin Lutero, e quindi poi lo sviluppo di scienza e tecnologia and so on.
L’aspra tensione che continuò tra il papa e l’imperatore, quando il seggio imperiale era occupato da Federico II, che aveva pianta stabile in Sud Italia, è anche “seme” del futuro affossamento del Sud: l’identità e la compattezza che l’Impero in quegli anni diede al Sud Italia, politicamente e culturalmente, non fu però un processo abbastanza cristallizzato, consolidato, e con la morte di Federico e il passaggio del regno tra Angioini e Aragonesi nei secoli successivi impedirono al Meridione di farsi Stato vero e proprio, laddove se il progetto imperiale fosse continuato, le cose sarebbero andate ben diversamente.

martedì 6 settembre 2016

Alcune riflessioni sul termine latino "colo"

Alcune riflessioni sul verbo latino "colo"


Nella lingua latina esiste un verbo che ha uno spettro di significati interessante. È colere, il cui significato principale è quello di coltivare, e la cui radice sembra derivare dal sanscrito col significato di "spingere l'aratro" o "spingere innanzi".


La cosa interessante è che questa radice ha dato origine a tre parole, apparentemente non apparentate, che riguardano l'agire umano.
Nel suo significato principale, come abbiamo visto, colo ha come ambito la lavorazione della terra e da perciò forma alla parola coltura, o coltivazione.
La coltura, quindi, è il risultato dell'azione dell'uomo sulla terra, cioè del suo rapporto verso ciò che sta in basso rispetto a lui.
Un'altra parola che deriva da colo designa invece l'azione dell'uomo verso il cielo, cioè nella direzione verso l'alto: culto.
Il culto è ciò che mette in rapporto l'uomo con ciò che gli è superiore; un insieme di riti o di pratiche, religiose o spirituali.

Già qui vediamo delinarsi l'Uomo come elemento centrale e mediano tra Cielo e Terra, le cui azioni sono volte a mettere in relazione i due termini. È in altri termini anche il concetto della Grande Triade che si ritrova in Cina nel Taoismo.

Una terza parola può venirci ulteriormente in aiuto. È cultura, anch'essa derivata da colo. Questa parola riesce a descrivere l'azione dell'uomo "sul piano orizzontale", nei riguardi dell'uomo stesso, del manava-loka ("mondo degli uomini" in sanscrito).
Provando a delineare un semplice simbolo per sintetizzare quanto detto "suso", potremmo tracciare una linea verso l'alto, " | ", a indicare l'uomo che si rapporta verso l'alto, in direzione del Cielo, ovvero il culto, come abbiamo detto.
Possiamo tracciare una linea sempre verticale, questa volta immaginandocela direzionata verso il basso, stante a indicare la coltura, o coltivazione, ovvero l'uomo in rapporto a ciò che sta in basso, la Terra; ed infine la cultura, opera dell'uomo sul suo "piano orizzontale", come una linea orizzontale " — " che interseca le altre due, formando una croce che è da sempre e in molte tradizioni simbolo dell'uomo. Considerando le due semirette che si formano dall'intersezione della linea orizzontale con quella verticale, e immaginandocele direzionate rispettivamente verso sinistra e verso destra, potremmo dire che la cultura è il risultato dell'azione dell'uomo che cerca di capire da dove viene e verso dove va.



P.S. È interessante notare, sempre in riferimento a ciò, che dei numerosi significati presenti nel dizionario, i due più frequenti siano proprio "coltivare" e "venerare": l'atto del rivolgersi verso l'alto essendo delineato particolarmente dal culto di Venere, che doveva quindi avere un significato ed un'importanza preminente.

lunedì 15 agosto 2016

Alcuni spunti per la “risposta creativa” alla Crisis

Alcuni spunti per la “risposta creativa” alla Crisis


Alcuni spunti presi da: Bede Griffiths, “Meditazione e comunità. La nuova creazione in Cristo”, Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2005 (prima edizione 1999):

“...È quindi importante che gli oblati di san Benedetto restino i contatto con un monastero maschile o femminile, in cui si preserva la tradizione della preghiera. Penso che tutti lo riconosciamo. I gruppi sono sparsi ovunque, ma hanno bisogno di un qualche legame con la tradizione. Padre John [Main] parlava continuamente della «tradizione». Si tratta di una realtà vivente che passa da persona a persona e noi abbiamo bisogno di questo legame.” (Pag. 40)

“Leggendo questi testi [Upanishad e Bhagavad Gita] entriamo in contatto non solo con il sacro, ma anche con un movimento mondiale. Nel V secolo a.C. si è registrato un potente balzo in avanti nella storia umana. Carl Jaspers parla di «periodo assiale». Vi avvenne qualcosa che permise all’umanità di oltrepassare il mondo dei sensi, il mondo esteriore con tutti i suoi déi e le sue dee, e di prendere coscienza dell’infinita realtà e verità trascendente. Lo si vede nelle Upanishad, nel Buddha in India, in Lao Tse in Cina e, in qualche misura, in Zaratustra di Persia, in Grecia con Eraclito, Socrate e Platone, e contemporaneamente, in Israele con i profeti maggiori. Si è trattato di un fenomeno mondiale. Tutte le principali religioni mondiali provengono da quel periodo. È importante cominciare la propria preghiera e meditazione ricollegandosi a quel potente balzo in avanti dell’umanità.
   Naturalmente, nel caso dei laici, questa focalizzazione sulla preghiera e sulla meditazione deve essere inserita in un’esistenza normale, finalizzata anche a procurarsi di che vivere nel mondo. È qui che comincia il problema. Ed è su questo punto che dobbiamo incentrare il nostro lavoro. Una vita del genere può comportare varie occupazioni, [...].
   Infine, dobbiamo riflettere sul modo in cui poter collegare tutte le comunità laicali sparse nel mondo. Tutti sentiamo la necessità di avere forme di collegamento. Non vogliamo una grande organizzazione. Ciò rappresenta un grosso pericolo. Dobbiamo avere una specie di centro, ma la federazione dei vari gruppi dovrebbe essere piuttosto sciolta, in modo che ogni comunità possa conservare la propria individualità, con i suoi usi e costumi e le sue tradizioni, ed essere al tempo stesso in collegamento con le altre e con un monastero o guida spirituale. Sembra essere questo il modello cui guardare. Quando si ha una piccola comunità – le comunità dovrebbero essere normalmente piccole – altre persone possono aggiungersi e dopo un certo tempo sciamare e dar vita a un’altra piccola comunità, piuttosto che ingrandire oltre misura un piccolo gruppo. Le grandi comunità creano sempre problemi, problemi economici anzitutto.
   Ma qualunque sia l’organizzazione, dobbiamo sempre ricordare che questi gruppi sono essenzialmente contemplativi. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Altrimenti, perderemo il nostro vero valore e significato. Qualunque lavoro ci attenda, qualunque servizio svolgiamo, dobbiamo collegarlo e associarlo intimamente alla nostra preghiera, alla nostra meditazione, alla nostra contemplazione. Noi cerchiamo di introdurre tutta la nostra vita, tutto il nostro essere, tutta la nostra esistenza secolare, in questa profonda vita di preghiera. È questo che cerchiamo di fare. È questa la nostra speranza per queste comunità laicali. Ed è questa la nostra preghiera: che tutti questi gruppi e incontri si trasformino gradualmente in un nuovo tipo di Chiesa, una Chiesa che è incentrata sulla preghiera contemplativa e rinnova tutta la vita cristiana e, speriamo, la vita umana nel contesto della preghiera”. (Pag. 42-45)

“Dobbiamo ricordare che un monaco non è un sacerdote ed è molto importante tenere distinte queste due vocazioni. [...].
   Sento che oggi siamo giunti a un punto in cui dobbiamo tenere separate e distinte le due vocazioni. Il monaco è un laico. San Benedetto non era un sacerdote e le prime comunità benedettine erano «comunità laiche». Il monaco possiede la sua vocazione specifica, che è vocazione di preghiera, meditazione e offerta della vita a Dio. Il sacerdote invece è chiamato a svolgere un ministero sacramentale. Secondo me, normalmente il monaco non dovrebbe lasciarsi coinvolgere nel ministero sacramentale. Un monaco indù passa attraverso una specie di rito funebre quando diventa sannyasi. Muore all’ordine sociale e si ritiene che non debba più celebrare il puja. Nella tradizione indù, il puja è il rito che celebra normalmente il sacerdote. Il sannyasi ha oltrepassato la dimensione sociale e sacramentale e appartiene a Dio solo.
   Un ordine monastico è essenzialmente un ordine laicale. Alcuni monaci possono vivere nei monasteri, ma sempre più spesso la maggior parte di loro vivrà in casa propria o formerà piccole comunità, un ordine monastico nel mondo. Assomiglieranno maggiormente ai sufi che non sono sacerdoti. Spesso il sufi è sposato e la comunità si riunisce nel contesto della famiglia. Sono modelli che potremmo facilmente imitare ed è probabilmente questa la direzione nella quale stiamo andando, oggi.” (Pag 103-104)

“Alcuni ashram cattolici sono molto impegnati nell’attività sociale e sono stati fondati principalmente a tale scopo. Ma noi sentiamo che l’ashram è un centro dove può maturare una consapevolezza più profonda. La nostra meditazione dovrebbe renderci naturalmente più coscienti dei problemi dell’umanità e del nostro prossimo. L’attività sociale dovrebbe scaturire dalla nostra contemplazione. Non dovrebbe essere un’attività collaterale o qualcosa di intrinsecamente diverso, ma dovrebbe essere integrata nella nostra preghiera e meditazione.
   Personalmente, ho sempre sentito che la meditazione perde in profondità quando non si nutre dei problemi della gente e dei problemi del mondo. Non c’è rivalità tra contemplazione e azione.” (Pag. 111)


Personalmente, ho sempre sentito che la meditazione perde in profondità quando non si nutre dei problemi della gente e dei problemi del mondo.